Viola, e la sua storia lenta.

Quella di Viola è una storia lenta. Tiranna come l’acqua che sin dalle origini dell’universo plasma ogni cosa. Atavica. Ancestrale.

Quella di Viola è una storia silente. Una storia sì, lenta. Una storia che nasce lontano e muore vicino.

Viola nasce in tutto il mondo, nasce dove c’è cultura ma anche dove non ce n’è. Nasce dove il sangue bolle ma anche dove, il sangue, è troppo freddo per sentirlo scorrere. Nasce dove la gente è povera, ma anche dove la gente è così ricca che cerca motivi per sentirsi povera.

Viola ha un bel nome. Quello dei fiori. Un nome che il suo destino ce l’ha sfumato tra le pieghe che le labbra assumono per pronunciarlo. Un nome, che il suo destino, ce l’ha tra le pieghe che le labbra non possono più pronunciare.

Perché sono fredde. Perché non possono più parlare. Perché sono tumefatte, straziate, viziate dal dolore.

Viola ha un bel nome, ma ha i colori della sofferenza. Ha il colore degli occhi chiusi, dei lividi, della carne putrescente, delle ferite infette. Delle notti che non diventano mai albe. E delle albe che diventano troppo velocemente notti.

Quella di Viola è una storia lenta.

È una storia bambina, che va a scuola e viene presa in giro perché è strana, perché inventa giochi e tutti le dicono che i giochi non si possono inventare. È una storia adolescente, che va al liceo e viene messa sotto accusa per le sue forme o le sue non forme, che si sente protetta da un ragazzo che per dimostrarle il suo amore picchia i contendenti. È una storia adulta, che va al lavoro e si sente vessata, che non può diventare madre perché altrimenti non avrà più il diritto di andare a quel lavoro, che non può indossare un abito aderente perché altrimenti se le cerca.

Quella di Viola è una storia di merda. Perché Viola è una merda. Perché la violenza, anche se la chiami Viola, è una merda. Non è che se la chiami sofferenza di gioventù, debolezza, problema, cambia. La violenza fa schifo. È un crimine.

La violenza è il fallimento dell’umanità. Perché è ogni singolo uomo ad esserne responsabile. È ogni singolo insulto, ogni singola pressione, ogni singola imposizione, ogni singolo divieto ad essere uomini e ad essere donne. La violenza è ogni erezione dello stereotipo di genere, ogni gioire davanti alla gelosia morbosa, ogni devianza sentimentale, ogni volta che la parola fallimento prende forma sulle labbra di chi ci parla. La violenza è sorella del narcisismo, di quella persona che vuole plasmarci e renderci simili ai suoi limiti. La violenza non è solo virile e villosa; è sedersi anche sull’intoccabilità di sentirsi donne e insultare altre donne, crescendo magari dei figli che si sentono autorizzati ad usare la parola puttana ogni volta che lo desiderano.

La lotta alla violenza contro le donne non si ricorda solo oggi, certo, ma una convenzione non è sempre una cosa sbagliata. Quindi io oggi occupo un posto, lo occupo qui sul blog, dove passano tante donne. Lo occupo perché voglio ricordarmi di essere anch’io responsabile, perchè se un giorno avrò un figlio, sarò io quella madre, quella donna, che determinerà la sua educazione.

violenza

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1 commento

  1. come al solito ….. hai ragione …. e la penso come te 100 %
    questi che fanno violenza sulle donne sono figli di qualche MAMMA … di qualche donna, e fai bene a evidenziarlo, l’educazione in questo senso non può che nascere in famiglia.
    e basta con le Mammine che proteggono i figli e che attaccano la Nuora che non è all’altezza dei loro pargoletti …. quello è il primo seme della violenza.

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